Un ricercatore italiano ci racconta la sua esperienza di lavoro all’estero

di | 29 Luglio 2019
Storia di un italiano che si trasferisce in America perché l’Italia non gli offre buone opportunità.

Premessa: questo articolo risale al 2012 e lo sto pubblicando perché realizzarlo per me è stata una una grande soddisfazione.

Verso la fine del 2009 un programma in onda su Rai1, “L’arena”, intervistò Gianluca Zito (ex concorrente del Grande Fratello 9) ed un giovane ricercatore neo-laureato.

L’intervista, disponibile sul web, mise in evidenza grandi e per certi tratti sconcertanti, differenze tra le professioni dei due, come ad esempio, il fatto che l’ex del G.F. fosse stato pagato per sostenere l’intervista, mentre l’altro ragazzo non aveva ricevuto nessun compenso.

Ma ora voglio raccontarvi chi è il ricercatore. Nazario Bosco ha trent’anni e dopo aver conseguito la maturità scientifica a Roma si laurea all’università con 110 e lode, dopodiché effettua un dottorato di ricerca genetica e biologia molecolare.

In seguito lavora come ricercatore, sempre nel campo del dottorato ottenuto precedentemente; spiega che il suo lavoro consiste nello studio delle cellule tumorali, attraverso l’analisi dei cromosomi infetti ed il loro confronto con delle cellule normali per comprendere quali sono le differenze che portano allo sviluppo dei tumori.

Le retribuzioni che riceveva però non erano adeguate al lavoro svolto, perché purtroppo, come è noto, qui in Italia la ricerca non è pagata come in altri paesi; infatti percepiva circa ottocento euro mensili per il primo anno e mille per il secondo ed il terzo anno.

Al termine dell’intervista gli viene chiesto se avesse mai preso in considerazione l’eventualità di andare a vivere all’estero; Nazario risponde che per lui è un’alternativa da valutare seriamente perché, come precisa, all’estero la ricerca gode di un’importanza superiore ed è retribuita meglio.

Completamente diversa si presentava la situazione dell’ex concorrente del Grande Fratello che, grazie alla popolarità acquisita semplicemente partecipando ad un programma privo di qualsivoglia contenuto culturale, guadagnava tranquillamente tremila euro per una serata di un’ora in discoteca.

Dopo la prima intervista si evince come, in Italia, una persona che abbia unicamente preso parte ad un reality show possa poi condurre una vita agiata e dal guadagno facile, oltretutto senza neanche possedere un diploma di maturità; mentre un laureato in biologia debba sudare sette camicie per costruirsi una carriera, non dico di rilievo, ma almeno dignitosa.

Passato un anno i due vengono intervistati di nuovo dagli stessi giornalisti allo scopo di capire come sono cambiate le loro vite; ed emerge, a sorpresa, che le situazioni non solo sono mutate, ma si sono addirittura rovesciate.

Gianluca Zito ha perso la sua popolarità, non guadagna più tanto come prima e di conseguenza non si può più permettere tutti i lussi che si concedeva.

Nazario Bosco ora vive a Manhattan (NY), più precisamente nell’Upper East Side: uno dei quartieri più rinomati della Grande Mela che si affaccia, ad ovest, su Central Park. Lavora in un laboratorio di ricerca della Rockefeller University a New York – situata nello stesso quartiere in cui vive – dove esercita la sua professione con molta più autonomia rispetto al passato in Italia. Spiega che, grazie alla maggiore disponibilità di fondi, può portare avanti molti più progetti ed intraprendere iniziative personali, tanto che il suo desiderio sarebbe quello di riuscire a creare una start-up. Dal punto di vista del guadagno poi, già il fatto che adesso vive a Manhattan lasciava intendere che guadagnasse di più, è lui stesso a precisare che attualmente i suoi compensi sono circa tre o quattro volte superiori rispetto a prima. La sua ricerca è finanziata da una fondazione privata no-profit, l’American-Italian Cancer Foundation, che oltre a lui ha dato e continua a dare supporto a molti altri ricercatori italiani che attualmente svolgono la loro professione negli USA ed offre borse di studio per coloro che vorrebbero lavorare all’estero.

La Rockefeller University nell’Upper East Side a Manhattan.

Navigando sul web ho trovato il suo indirizzo e-mail ed ho deciso ci contattarlo per provare a porgli alcune domande, alle quali lui ha gentilmente risposto così:

Dove lavora lei ora?

Attualmente lavoro presso la Rockefeller University di New York come Post-doc.

Come ci si sente ad essere un italiano che lavora a New York?

New York è una città cosmopolita ed estremamente europeizzata. Molto diversa dal resto dell’America. È un ‘’melting pot’’ (amalgama) di culture ed etnie diverse. Ci sono tantissimi italiani, italo-americani e italianofili. Nel mio laboratorio siamo 4 italiani su 14 ricercatori, mentre solamente un americano. Non mi sento quindi solo, anche se ovviamente la condizione di “immigrato” a volte non è facile.

Può descrivermi (molto brevemente), com’è New York?

È una città viva. Che cambia continuamente. C’è un continuo arrivare a partire di persone. Anche nell’Università in cui lavoro, ci sono giornalmente conferenze e meeting sia di taglio scientifico che sociale, con personaggi provenienti da ogni parte del mondo. Anche la città offre moltissimo: arte, musica, teatro… Penso sia difficile stancarsi di una città come New York.

Quando è arrivato in America, qual è stata la sua prima sensazione?

All’inizio è stato un po’ disorientante. Tutto corre freneticamente, specialmente a New York. Non si lascia niente al domani, tutto viene fatto subito. Non c’e stato quindi molto tempo per restare spiazzati, ma sono stato subito coinvolto nel ritmo incessante della Grande Mela.

Com’è reputata la ricerca negli Stati Uniti rispetto all’Italia?

La ricerca negli States è altamente considerata, da tutti. I maggiori finanziamenti vengono dallo Stato ovviamente, ma sono molte le fondazioni che ricevono donazioni da privati, e la Rockefeller University ne è un ottimo esempio.

La ricerca italiana è molto apprezzata all’estero, così come in America. Il problema fondamentale è che mancano le risorse per renderla competitiva. Ovviamente il problema è economico. Mancano le risorse. Se in Italia si continuerà solo a tagliare sulla ricerca è improbabile che la situazione possa cambiare in meglio. Potrà solo peggiorare.

Vi sono tante opportunità di lavoro in America per chi non trova un posto in Italia?

L’America non è più quella di 50-60 anni fa in cui si attraversava l’Oceano per trovare fortuna. Purtroppo questa famosa “crisi” c’è anche qui.

Con questo non dico che l’offerta di lavoro è pari a zero, ma sicuramente c’è una competizione maggiore rispetto al passato. Comunque, per esperienza personale posso dire che se si hanno le carte in regola, un pizzico di ambizione e un po’ spirito di avventura, sono sicuro che nessuno ti “sbatte una porta in faccia”.

È riuscito a creare una start-up?

Sento di dover imparare ancora molto prima di poter iniziare un laboratorio in maniera autonoma. Comunque l’America offre molte possibilità in tal senso, e io cercherò di sfruttarle come sto già facendo.

Trasferendosi in America ha trovato quello che in Italia non era auspicabile; infatti la sua vicenda ricorda una delle tante del Novecento, un secolo caratterizzato anche da molte migrazioni di massa di italiani diretti verso il Nuovo Mondo in cerca di fortuna.

Questa è soltanto una delle tante storie di italiani che, loro malgrado, se ne sono andati dal nostro Paese perché non offriva loro abbastanza opportunità. Ce ne sono tante altre: ad esempio, “La Repubblica” l’anno scorso pubblicò un’inchiesta sugli italiani che lavorano nella Silicon Valley; “L’Espresso” del 5 Aprile scorso riporta un articolo che tratta di storie di altri ricercatori italiani negli States.

D’altra parte oggigiorno sentiamo costantemente ai telegiornali che i giovani, anche laureati, non trovano lavoro; la causa è da imputare, oltre che alla solita crisi economica, ad un sistema carente in organizzazione strutturale e senza riconoscimento dei meriti. C’è chi poi, tra questi ragazzi, ha il coraggio e la voglia di fare le valige ed andare oltre i confini per ottenere il meglio per se e ripagarsi per tanti anni di studio.

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